Il 3 agosto si è celebrato il 10° anniversario del genocidio degli yazidi. Un popolo dimenticato, un genocidio dimenticato, le sfida del ricordare oltre le cronache.
La “luce” è quella di un telefonino abbandonato su un tappeto, che in una giornata uggiosa nell’ottobre 2014 si illumina perché riceve una chiamata dalla montagna di Șingal, un’area del Kurdistan iracheno e anche una catena di alture, quelle su cui migliaia di famiglie yazide erano rimaste intrappolate da agosto, dopo la fuga dallo Stato Islamico. “Mandaci scarpe per i bambini, fa freddo”, chiedono dall’altro capo del telefono. E non sono state le scarpe a partire, ma una giornalista, la sottoscritta. Che arriva ai confini del Califfato di Abu Bakr al-Baghdadi decisa a raccontare un’altra luce: quella sacra a questa minoranza di etnia curda il cui credo tiene vive le antiche culture mesopotamiche e anticipa le tre grandi religioni monoteistiche nate in Medio Oriente. E quella di una resistenza quasi senza armi che affronta il suo 74° genocidio, per difendere una terra su cui tutti hanno mire e chi è ancora vivo. Nel nome di un’atavica fiducia nella pace e nella tolleranza.
La “luce di Șingal” è il racconto in prima persona e in prima linea di soldati improvvisati, notti sui tetti col terrore delle spie perché l’Isis decapita i giornalisti, macerie fini e acqua putrida da tenere alla larga, di donne coraggiose e racconti di orrori, di alcool e droga addosso a ragazzini che fanno la jihad, di vita quotidiana con gli sfollati, di calze da lavare e interviste complicate, lingue diverse, fratellanza. Un viaggio dentro la normalità di una piccola minoranza sconosciuta fino al suo massacro, agli albori di una nuova versione -modernissima eppure anacronistica, invisibile eppure tracotante, social, seducente, tentacolare- del terrorismo islamico. Oggetto da sempre di persecuzioni e pregiudizi, esattamente dieci anni fa agli yazidi l’Isis, ha massacrato migliaia di uomini e anziani, i cui resti sono oggi in almeno 82 fosse comuni, e rapito 6700 donne e bambini. Le prime sono state distribuite ai miliziani attraverso i mercato delle sabaya, le schiave, i bambini indottrinati per combattere. L’obiettivo era cancellare la loro identità, e dare una prova di forza al mondo, come i video delle atrocità del radicalismo sui corpi e sulle menti. Ad oggi di quelle donne ne mancano ancora all’appello la metà: sono prigioniere nel campo siriano di al-Hol mescolate alle mogli dei miliziani, o nei paesi in cui sono rientrati i loro proprietari foreign fighters e talvolta vendute ancora, nel dark web. Larga parte delle 450 mila persone in fuga da Ninive e Șingal verso le città curde di Erbil non è tornata a casa.
Ma perché succede che certe guerre e il destino di certi popoli ci interessano di meno, fino a che non toccano paure e interessi e allora svegliano il nostro solidarismo? Perché finita la cronaca delle bombe, con le immagini delle macerie più spettacolari e delle morti più cruente, si lasciano come sbiadire quei luoghi, quei fatti, e finanche l’indignazione? Perché ci si abitua al male e tutte le guerre finiscono per sembrarci uguali?
Sarà che gli yazidi oggi sono meno di 700 mila nel mondo e che in Italia non esiste una vera comunità. Il mondo si accorse di loro vedendo le lunghe colonne di donne e bambini stremati in mezzo alla calura e poi gli assalti agli elicotteri americani per mettersi in salvo, esattamente come sarebbe avvenuto in Afganistan nel 2021. Sarà che solo quando emersero le violenze dei miliziani sulle donne rapite, coi loro volantini su come gestire la propria schiava e le torture che si potevano loro infliggere, tutta la stampa mainstream corse a raccontare le loro storie, sul filo della morbosità. Sarà che solo le cancellerie più coinvolte, certi giornalisti col polso della complessità del Medio Oriente ed esperti di terrorismo monitoravano da tempo il magna della guerra in Siria e le elezioni in Iraq, e le imprese di un predicatore e mujahidin anti-americano, troppo folle anche per al-Qaeda, che seminava il terrore in mezza Mesopotamia fino a spingersi ad annunciare la nascita di uno stato, esattamente il 29 giugno 2014. Eppure quello sulla minoranza yazida, prima della carneficina di Gaza, è di fatto l’ultimo genocidio a cui l’Europa di fatto ha assistito senza intervenire. Scoprendosi in tutta la sua vulnerabilità, impegnandosi a respingere una dichiarazione di guerra motivata dall’odio e dalla “corruzione morale di tutto l’Occidente”, e a fare conti con la paura di nuove ondate migratorie. Un conflitto “tra mondi” sfociato in una nuova lunga stagione di attentati: da quello del Bataclan a Parigi fino alla strage al Crocus City Hall di Mosca.
Eppure il mondo non è mai “disunito”, non si può leggere a compartimenti stagni, tutto ci riguarda perché tutto si lega e di tutto siamo parte, geopoliticamente, economicamente, soprattutto umanamente. E’ quel che sanno bene i giornalisti che raccontano i conflitti e che tornano nei luoghi delle guerre, anche anni dopo. Quanto sono disposti a farsi davvero attraversare dal dolore degli altri, cosa sono disposti a perdere e quanto a mettersi davvero in gioco come persone prima che come professionisti? La “luce” nel libro è anche questa: raccontare la prossimità della storia alla vita, ascoltare le vittime per capire i carnefici, mescolarsi senza pregiudizi al vissuto degli altri, sapendo che la pace è una cosa semplice e lo è “l’umanità, che vive e resiste alla stupidità della guerra. Anzi, che sfida a mani nude l’ignavia e l’indifferenza, il grande male di questa epoca”. Lo sapevano bene due ragazzini che una mattina molto presto, nella Șingal ancora assediata, con le famiglie disperse, le sorelle rapite e una giustizia che non verrà, dieci anni fa attraversavano la polvere resa d’oro dai primi raggi: “Che ne sarà di noi domani, chi saremo? La vita è guerra e sangue, noi lo abbiamo visto ma non importa, è bella perché siamo presenti a noi e a questo paesaggio, il sole ci tocca, e anche questa polvere. E la nostra mente e il nostro cuore ci fanno vedere, ragionare, provare quest’amara meraviglia che è essere vivi qui, adesso, padroni dell’istante che verrà dopo questo e quello dopo ancora”.

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