Le brigate Ezzedine al-Qassam, ala combattente del partito Hamas hanno forse definitamente sepolto la causa palestinese con la peggiore delle strategie. Le immagini e i racconti dei rapimenti e le uccisioni al rave “Supernova” sono irricevibili e strazianti.
Dall’altro lato, Israele per anni ha ampiamente ignorato e calpestato ogni diritto dei palestinesi, non bisogna vergognarsi di dirlo.
E ora più che mai non si fa scrupolo di spiegare cosa pensa di loro per bocca del ministro della difesa Yoav Gallant: “Stiamo combattendo degli animali umani e agiremo di conseguenza”. In mezzo al rumoroso tifo nostrano e internazionale, ammiro la lucidità di analisi come questa di uno dei principali quotidiani israeliani, Haaretz: “Il disastro che si è abbattuto su Israele durante la festività di Simchat Torah è chiaramente responsabilità di una sola persona: Benjamin Netanyahu. Il primo ministro, che si è vantato della sua vasta esperienza politica e della sua insostituibile saggezza in materia di sicurezza, ha completamente omesso di identificare i pericoli a cui stava consapevolmente conducendo Israele quando ha istituito un governo di annessione ed espropriazione, quando ha nominato Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir ( leader dell’estremismo israeliano, ndr ) a posizioni chiave, mentre ha abbracciato una politica estera che ignorava apertamente l’esistenza e i diritti dei palestinesi”. Quel Netanyahu che in queste ore ha avvertito: Gaza sarà ‘’un’isola deserta”.
Gaza è una prigione dal 2007: è assediata. Altissima densità demografica, poca acqua potabile, blocchi continui della corrente, il cibo arriva dai programmi alimentari internazionali, sanità all’osso, povertà altissima. Un ghetto. Per vent’anni nessuno si è preoccupato di lei.
Periodicamente viene bombardata da parte di Israele, ogni volta che i razzi vengono lanciati in risposta ad episodi attacchi, umiliazioni , fermi o vessazioni ai danni di palestinesi sia nella Striscia che in Cisgiordania ad opera dei coloni o dei militari. Due giorni fa Hamas, dicono gli analisti, ha pensato bene di agire con un attacco mai pianificato così nel dettaglio, in risposta alle irruzioni della polizia israeliana dell’aprile scorso alla moschea di Al Aqsa a Gerusalemme. Più ampiamente per rivendicare ruolo e potere politico, invitando la popolazione alla rivolta per sancire la fine dell’occupazione in tutta la Cisgiordania. In un’ottica più ampia, è una risposta sia all’appiattimento internazionale sulle posizioni di Israele, sia agli “Accordi di Abramo”, che di Israele tessono la normalizzazione con l’Arabia Saudita. La prima conseguenza di questo attacco, potrebbe essere proprio il logoramento di questi accordi diplomatici.
In un’area altamente infiammabile, in cui storicamente movimenti sciacalli e regimi di ogni estrazione ne approfittano o muovono le fila degli accadimenti tentando di promuovere obiettivi personali o di cordata, e di cui l’Occidente (qualsiasi cosa voglia dire Occidente) è complice talvolta per ignavia, incapacità diplomatica o più spesso per interesse, non è più rimandabile un’apertura politica da parte israeliana verso i palestinesi.
E la strada non potrà più essere a lungo quella di rispondere ad azioni terroristiche con altre azioni terroristiche come bombardare ( poche ore fa) il più grande campo profughi di Gaza, Jabalia, e quello di al-Shati. Campi profughi. (Lo hanno già ampiamente fatto anche nei mesi scorsi).
Muoiono solo civili innocenti, da entrambe le parti. Morti e lasciati lì, su uno stallo lungo 75 anni.


Lascia un commento