Angelo Del Boca, in “Italiani brava gente?” aveva già definito il nuovo modello di italiani dell’epoca berlusconiana.
“Ancora una o due legislature all’insegna della Casa delle Libertà – se il centrosinistra non si sveglia e non si ricompatta – e il nuovo modello di italiano sarà pronto”. Angelo del Boca, partigiano, storico e giornalista, scomparso nel 2021, nel celebre “Italiani brava gente?” ricostruisce la genesi del mito del “bravo italiano” squarciando il velo di ipocrisia sugli orrori del colonialismo ma soprattutto smontandone la retorica, mostrando inganni e opportunismi. Ma lo fa di pari passo con la costruzione dell’identità nazionale attraverso il “fare gli italiani” dall’ Unità d’Italia passando per il Ventennio fascista fino al terremoto di Mani Pulite e la fine dei grandi partiti, esattamente lì dove trae origine la parabola politica e di potere berlusconiana. Il saggio esce nel 2005, è l’anno prima delle Politiche vinte dal centro-sinistra guidato da Romano Prodi. Governo che cadrà poco più di un anno dopo e che resta a lungo nelle cronache per l’“Operazione libertà”, una campagna acquisti di senatori per far cadere la traballante maggioranza del centrosinistra orchestrata proprio dal leader di Forza Italia. Finirà tutto in prescrizione.
Nelle ore in cui va in scena la santificazione dell’imprenditore e leader politico per quattro volte presidente del consiglio Silvio Berlusconi, con lutto nazionale, dirette televisive e stop dei lavori in Parlamento, c’è chi si interroga sull’eredità culturale del berlusconismo e dei cambiamenti sociali che ha incarnato o, a seconda delle letture, costruito. Silvio Berlusconi è stato un “arcitaliano” tra gli italiani, atavicamente affascinati da uomini “nuovi” o gli italiani li ha plasmati, proponendosi come un modello, il modello del successo ad ogni costo, a cui aspirare? L’abbassamento dell’etica pubblica e la sfiducia nelle istituzioni è la conseguenza più significativa della rivoluzione berlusconiana. E il populismo, la “dittatura” del fare, il disprezzo per le regole, il profitto prima di ogni morale, l’avere che determina l’essere, la politica e le istituzioni manipolabili per il proprio tornaconto, la furbizia come valore, il maschilismo e la mercificazione di corpi, cariche e persone, l’imbonimento e le battute grevi, omofobe o sessiste come chiave empatica, la giustizia (e il fisco) come vessazione, ne sono forse i tratti più peculiari. Del Boca riflette, in chiusura del suo saggio e citando Giovanni De Luna, sui cambiamenti dei paradigmi di identità nazionale: “Berlusconi invita infatti tutti gli italiani del Nord e del Sud a riconoscersi in un’appartenenza comune definita intorno alle categorie del mercato, della produzione e dello sviluppo economico”- spiega De Luna nell’introduzione di “La notte della democrazia italiana”. Dunque, “dopo il buon padre di famiglia della tradizione cattolico-rurale, l’operaio di Borgo San Paolo della tradizione comunista, si delinea un altro modello di italiano – totalmente definito dalla coppia “casa-capannone” –a cui improntare il progetto di costruire la nostra identità nazionale”. Ma l’autore di “Italiani brava gente” va oltre, analizzando proprio quel nuovo modello di italiano che sta emergendo tra le pieghe dell’attualità e della politica in quegli anni. Lo fa dopo aver ripercorso i tentativi storici di “fare gli italiani”, a netto dei giudizi sul solo carattere tratteggiati dai padri del Risorgimento, e prima ancora dai grandi intellettuali che nel ‘700 intraprendevano i Grand Tour attraverso l’Europa. Se in epoca liberare e giolittiana la costruzione di una coscienza nazionale e di una identità avviene attraverso l’istruzione, lo studio della lingua italiana per superare il primato dei dialetti e la creazione di un “sentimento” comune attraverso la formazione di un esercito unificato, nel Ventennio l’imposizione di una sorta di fede laica, il cui Dio era lo Stato fascista, ha l’obiettivo di forgiare una nuova mentalità, carattere e costume degli italiani che siano finalmente all’altezza del proprio destino di razza superiore, virilmente conquistatrice di popoli e nazioni. Mussolini forgia il suo “uomo nuovo”, immaginando di riscattare quella che definiva una “razza di pecore” avviando crudeli guerre diaggressione, scrivendo e approvando le leggi razziali. E appunto determinando a necessità di rafforzare quel mito bonario e auto assolutorio, ancora oggi culturalmente duro a smontarsi, dell’italiano “brava persona”, dietro il quale si sono costumanti e nascosti proprio i peggiori crimini, a partire dalle prime colone in Africa.
Ma senza andare toppo oltre, qui il tema è la trasformazione culturale degli italiani con la fine dei partiti di massa e l’avvento di leader che, a partire dalla Seconda repubblica, hanno condiviso molti tratti comuni: leaderismo, decisionismo, mezzi di comunicazione potenti, l’antipolitica come politica e il populismo. “La grande forza di Berlusconi – ma è anche la sua debolezza – è quella di negare, nei momenti per lui difficili, l’evidenza dei fatti”- ha scritto del Boca. Ne è un esempio il comportamento dell’allora premier di fronte al quotidiano allarme su deficit e crisi economica, nel 2005, da parte del commissario europeo per gli Affari economici Joaquín Almunia: per la visita del premier britannico Tony Blair in Italia, dichiarerà invece che il paese è in perfetta salute e gli italiani sono ricchi e felici. Il tema è ritenuto centrale perché rivelerebbe il cuore del progetto berlusconiano e anche il tentativo di quella destra al governo di provare ancora e di nuovo a “fare gli italiani”, laddove il consumismo, l’economia e gli affari sono diventati valori:
“Questo cittadino del XXI secolo si presenta dunque come un grande lavoratore e produttore, ma anche come un instancabile consumatore di beni che possano attestare che ha conseguito uno status invidiabile. Ha il culto del capo, che oltretutto rappresenta il Bene, e nei suoi confronti manifesta un’assoluta lealtà. Tra i programmi politici, predilige quello che contempla la riduzione delle tasse, il blocco dell’immigrazione dai paesi extracomunitari, una decisa riforma del sistema giudiziario, in modo particolare per la sua azione inquisitoria. Poiché non viene incoraggiato a dare importanza all’integrità, alla trasparenza, all’onestà dei leader politici, non è neppure interessato al rinnovamento morale del paese e a una legge che blocchi il conflitto di interessi. È propenso a operare una completa rimozione del passato fascista, razzista, colonialista, ma si guarda bene dal minimizzare il pericolo comunista, anche se è svanito con il crollo del muro di Berlino. Pensa che la mafia non rappresenti una seria minaccia, che sia concentrata in Sicilia e Calabria e che, comunque, si possa convivere con essa. Non è più in grado, infine, sotto il continuo e massiccio bombardamento di immagini, di fare una distinzione tra la tivù formativa e la tivù spazzatura. Non è neppure un uomo di frequenti e raffinate letture e spesso ha difficoltà a rintracciare un paese sulla carta geografica. È informatizzato, anche se non sempre sa usare gli strumenti: l’importante è possederli”.
Del Boca chiudeva la sua l’analisi e il suo saggio con una nota di speranza. Quella che ad oggi sembra infrangersi sulle dirette a reti unificate che hanno celebrato Berlusconi esattamente come un simbolo dell’italianità. Un tentativo di rimozione storica e di “beatificazione” di un uomo che ha certamente lasciato un segno profondo nella storia nel paese, attraverso doti non comuni come il talento comunicativo, e con le quali ha distribuito l’illusione dell’ opportunità e del successo alla portata di tutti, della comprabilità senza limiti. Lo ha fatto facendo leva sulle aspirazioni, la vanità, la fragilità, il bisogno di sicurezza e di identità degli italiani, elementi che ogni buon “venditore” conosce. E attraverso un forte controllo dei media (uno spaventoso conflitto di interessi), dichiarandosi sempre un perseguitato di fronte ai 36 processi (e una sola condanna per frode fiscale) per i quali le molte leggi ad personam (almeno 41) dei suoi governi sono servite per piegare la politica ai propri interessi, e soprattutto a prescrivere, depenalizzare o estinguere quei reati. Con legami documentati con apparati mafiosi e la P2, stravolgendo i contrappesi democratici e gli equilibri istituzionali, spettacolarizzando scandali privati che hanno messo più volte in imbarazzo il paese a livello internazionale. Non ultimo, ha più volte sminuito i crimini del fascismo riducendoli a macchietta. Concludeva del Boca:
“Questo modello di italiano, un chiaro prodotto del consumismo, dell’ignoranza e dell’egoismo, non è certo, anche se è l’ultimo, il modello immaginato da Massimo d’Azeglio e dagli altri padri della patria. Ma, per nostra fortuna, si tratta di un modello ancora in gestazione (benché alcuni esemplari siano già in circolazione) e si può ancora bloccarlo. Perché il paese, nonostante i suoi guai e le tare vecchie e nuove che siamo venuti elencando in queste pagine, è molto migliore di quanto non appaia. È ancora capace di grandi rifiuti, di immense mobilitazioni, di scelte coraggiose”.
AP Photo/Antonio Calanni

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