La memoria, l’eccidio di Civitella e la “testa dura” europea

Il 29 giugno 1944 a Civitella in Val di Chiana i soldati della Divisione Hermann Göring trucidarono 115 civili. Molti erano in chiesa per la festa dei santi Pietro e Paolo. Non risparmiarono neanche i bambini, divisero tutti in piccoli gruppi e spararono alla nuca, indossando peraltro appositi grembiuli per non sporcarsi di sangue. E fecero irruzione nelle case alle quali poi dettero fuoco, uccidendo così anche chi si era nascosto in cantine e soffitte. Sopravvissero in pochissimi. Le stesse violenze furono compiute nelle frazioni di Cornia e San Pancrazio, dove i morti furono 58 e 71. Poco distante, in località Solaia di Monte San Savino, c’era la casa di Modesta Rossi. Col marito Dario Poletti apparteneva ad una formazione partigiana. Quella stessa mattina venne uccisa a coltellate, dopo aver assistito alla morte del figlio più piccolo, un anno: non voleva rivelare informazioni sul marito e i compagni. I corpi vennero ritrovati in una capanna anch’essa data alle fiamme, insieme ad altre 4 persone. 

Mi ha sempre fatto riflettere il fatto che i figli di diversi sopravvissuti, che all’epoca erano bambini, hanno sempre ritenuto colpevoli i partigiani. E’ che la morte di tre soldati tedeschi a seguito della quale venne decisa la rappresaglia sulla popolazione, avvenne durante un’irruzione al circolo in cui si trovavano la sera del 18 giugno. Edoardo Succhielli detto “Renzino” e i suoi, volevano disarmarli e ne nacque una sparatoria. 

C’è un altro dato che ritengo significativo: alle elezioni regionali 2020, nel comune hanno fatto il pieno di voti Fratelli d’Italia e la Lega di Salvini, a sostengo di Susanna Ceccardi. Partiti che non prendono mai le distanze dalle bravate di certi loro iscritti che si beano di simboli, odio e azioni che sono un insulto a tutti i morti degli eccidi e a tutti gli italiani. Intellettuali che si professano “nostalgici” ma con le chiappe ben piantate dentro una delle democrazie migliori al mondo. 

I colpi di coda nazi-fascisti sono concomitanti con la liberazione, celebrata sempre oggi dall’altro lato della valle, in molti comuni del senese.  

Un altro dato che mi colpisce è che in Germania, un anno fa, partiti e associazioni hanno raccolto migliaia di firme per rendere l’8 maggio 1945, il giorno della caduta del regime nazista, la festa della “liberazione” e non la ricorrenza di una disfatta, come da molti viene percepita. Ha aderito all’appello solo la città di Berlino. Un festa “ambivalente”, la definiscono. Da noi invece la vorrebbero “divisiva”, è il 25 aprile, ma è già festa nazionale. Festa, appunto. Non mancano gli estremisti anche in Germania ma lì c’è un governo di destra che non è ignorante, codino e folcloristico come sa esserlo invece certa destra da noi in Italia. Per fortuna non tutta la destra è neofascista, e io vorrei evitare che le due cose inizino a sovrapporsi come sogna qualcuno. 

Il generale Schmalz a guida della Gering fu assolto dal Tribunale militare di Roma nel 1950. Altri ufficiali li condannò la Cassazione nel 2008 ma nel frattempo qualcuno era già morto. Nel 2011 il Tribunale di Verona emanò il mandato di arresto europeo per chi era ancora vivo, ma l’estradizione non arrivò mai. Nel 2008 i giudici della prima sezione penale della Corte di Cassazione condannarono il governo tedesco a risarcire nove familiari della strage di Civitella ma nel 2011 la Corte Internazionale di Giustizia ha dichiarato impossibile portare alla sbarra uno stato sovrano, in forza dell’immunità stabilita dal diritto internazionale. Fu un’azione giudiziaria storica, ma sarebbe stato anche un precedente “pericoloso” per tutti. 

Perché non si sono fatti i conti con quei giorni e con la dittatura fascista che ha devastato il paese? Si è capita fino in fondo la Seconda guerra mondiale? E che paese è quello in cui le persone non imparano neanche dal dolore?

Oggi c’è chi soffia forte su questi venti. Da noi, certi personaggi dell’estrema destra e la rete di haters correlata, tra gli insulti preferiti annovera “sei dell’Anpi”. Imbecillità a parte, è per ribaltare i fatti e colpire la memoria. Io invece mi voglio ricordare con chiarezza Modesta, Civitella e la commozione dell’ambasciatore tedesco quando venne in visita. Io credo a quest’Europa qui, nonostante tutto: quella che mette al centro gli uomini e non le bandiere. 

Bisogna coltivare più che mai la memoria. La memoria alimenta la cultura e rende lucidi sui fatti attuali. 

(Nella foto, Modesta Rossi) 

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